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RAGAZZO MADRE (Racconto breve)

Last Update: 1/21/2019 3:24 PM
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1/21/2019 3:24 PM
 
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RAGAZZO MADRE

Non era una buona giornata e il tempo uggioso mi consigliava di restarmene a letto. Fuori dalla mia stanza ogni cosa ancora dormiva di un sonno profondo, preferivo evitare di muovermi per non fare rumore. Però non si può passare tutta la giornata sotto le coperte anche se il tepore del mio letto è una tra quelle cose con le quali non ti stanchi mai di vivere. C’era una luce fioca che filtrava dalle imposte, quasi torbida. Con quel senso angoscioso di densa minaccia. E stavo steso a pensare che non avrei concluso nulla nemmeno quel giorno. I periodi migliori erano passati e mi crogiolavo rigirandomi a fissare il muro bianco, poi di scatto a guardare che ora fosse, la mia sveglia ancora con l’allarme inserito. Che stupido aver pensato di riuscire a tirarmi in piedi prima delle nove e mezzo. Tutto sommato desideravo con ardore appendermi alla bottiglia di succo di frutta e provare a togliermi l’alito pesante di una lunga dormita. Gli abiti che si usano solitamente in casa hanno sempre quell’aria di stanco, e dopo aver aperto un pò la finestra sbircio fuori dalla porta. Quasi convinto che ci sia qualcosa che non so. Invece di perdermi in pensieri malsani decido di sbucciare un paio di mandarini, di certo mi avrebbero rinfrescato la bocca per bene. Non posso negare che alzarsi alle due del pomeriggio in completo relax e riempirsi lo stomaco sia uno stile di vita comune. Concedermi questo lusso stava marcendo pian piano gli stimoli che ormai si contorcevano insieme al mio corpo, abbandonato per ore sul divano, immerso nell’ozio più totale. Quando uscii sul terrazzo mi accorsi che mancava qualcosa. Eppure ero certo che fino a qualche ora prima la vedevo, potevo sentirne la presenza, invece nulla. Solo il vuoto ad occupare il suo posto. A fatica cercavo di scrollarmi di dosso la paranoia che mi stava pervadendo: sembrava non avere pietà nei miei confronti. E io me ne stavo li come un ebete, con le bucce dei mandarini in mano a fissare il nulla. Non avevo ancora messo i calzini e stare all’aperto mi ghiacciava i piedi e a maggior ragione dovevo riprendermi dallo shock e mettermi le scarpe in fretta e uscire di li. Non indossai nemmeno la giacca e presi a scendere. Fuori dal portone il viale era completamente bagnato ma luccicante anche sotto un cielo di nubi ostili. Non gettai nemmeno l’occhio sul giardinetto perchè ero certo che non poteva essere li. Ecco che arrivando in fondo al vialetto intravedo il piazzale e mi metto a camminare ansiosamente, in punta di piedi, come per accrescere lo sguardo. Quasi non ci credevo ma continuavo ad avvicinarmi convinto di avere ancora la vista appannata dal risveglio malvoluto. Non c’era! Di corsa rientrai e scesi nel garage; magari se ne stava tranquillo lontano da mani indiscrete. Mi accorsi dopo avere sollevato il portone che mi sbagliavo. Perfino le solite cianfrusaglie erano al loro posto come le avevo lasciate l’ultima volta. Il sangue cominciava a ribollire che ormai non sentivo più freddo. Rientrando in casa mi sorprese la differenza dell’odore che aleggiava sulle scale a differenza di quello dentro casa. Richiusi la porta sbattendola noncurante. Forse la sigaretta mi agitò ulteriormente ma non ho resistito alla morsa del vizio che si ostina ad illudermi che fumare fa calmare i nervi, maledizione! Anche le spire del fumo mi attraevano verso concetti fuori luogo e apprensioni inutili. Pensavo a dove potesse essere finito, che l’avevo dimenticato per colpa del mio ozio ostinato. Che stupido non essermi alzato alle nove e mezzo. Magari quel piccolo sforzo mi avrebbe salvato dall’orda di preoccupazioni che galoppava dritta nella mia testa. Poteva essere qualunque cosa. Qualcuno l’aveva preso strattonandolo nervosamente in corsa, sorprendendo il suo quieto vivere. E se potevano davvero cancellargli il nome? Ridurlo a un orfano senza origine e a sua insaputa? Dopo soli tre anni di esistenza qualsiasi traccia del passato può essere occultata senza troppi sforzi. Mi sentivo perso e impotente. Non avrei saputo dove cercare. Mi venne perfino di dubitare di qualcuno del vicinato ma era talmente improbabile che nemmeno me ne impensierii. Piuttosto mi era evidente che qualcuno me l’aveva portato via!
Però pensavo: in queste cose il dispetto è l’ultima delle empietà sulle quali si ripiega. Sicuramente era a scopo personale, chi sa quale sorta di profitto ne avrebbero tratto da quel rapimento. A me mancava la sicurezza del suo appoggio. I pomeriggi a dividere la frutta che a ognuno piace nelle sue parti diverse. Così complici e con gusti differenti. Il suo aspettare discreto che vedevo trasformarsi in gioia ad ogni mia attenzione. Il nostro rapportarsi è sicuramente all’avanguardia.
Sciaguratamente invece invidiavo tutte le persone che avevano mostrato morboso accanimento nei suoi confronti da sempre, giustificavo i miei modi con una competenza sulla quale non mi ero ancora imbarcato, non si è mai troppo responsabili per questo tipo di cose.
Ma cosa potevo fare? Se lo sapessero ora mi potrebbero additare come debosciato, incapace di gestire le mie adempienze. E l’orrore che immaginavo al pensiero di saperlo sbattuto sul sedile di un auto costretto a una destinazione nuova e ignaro delle conseguenze, santi numi! Camminavo su e giù lungo la stanza del soggiorno avvolto nei pensieri più temibili ed erano passate già due ore e ormai si faceva quasi buio.
Mi accorgo che fuori l’arancione dei lampioni si era conquistato il suo arrivo piombando sulla sera quando ricominciò a piovere e la tristezza mi si era inabissata nel profondo. Sconfortato da colpi costanti alle interiora, la mia disperazione aumentava a tal punto che pensavo a quella trasmissione in tv, quel programma settimanale a cui fanno appello tutte le persone che perdono cose a cui tengono molto, o qualcosa di simile. Magari avrebbero smosso un pò le acque e mi sentivo pronto a pagare quel che avrei potuto per riaverlo indietro. Però rendere nota la cosa avrebbere causato il coinvolgimento inevitabile dell’opinione pubblica. Realmente non mi sentivo pronto a rinunciare alla riservatezza che ci proteggeva da sempre. In fondo mi sono sempre occupato dei fatti miei a tal punto da pensarmi tagliato fuori dalla società. Ma da quel momento ero definitivamente solo, con quelle poche riflessioni che barcollavano senza controllo. Ormai ero destinato a godere unicamente di quella compagnia. Ovviamente pagai l’aver trascorso metà del pomeriggio a letto restando sveglio la notte dopo. L’unica salvezza si faceva strada tra le pagine del libro che mi congedò alle sei del mattino, finché mi assopii nuovamente e caddi in un sonno profondo durante il quale si materializzarono sogni che solitamente non faccio. Anche di fatti di sangue, che per me sono ancora inesplorati. Un misto di ricordi del passato recente andava zigzagando tra le figure che animavano quegl’incubi, perchè nient’altro che di incubi si trattava!
Lo stress di tutta la faccenda mi stava rubando l’esistenza. Nemmeno la doccia calda del mattino dopo è servita a scaldarmi le ossa. Passavo intere dozzine di minuti davanti all’armadio chiedendomi cosa avrei potuto indossare e mi chiedevo se pentirmi o meno di aver mangiato altri mandarini senza dividerli con lui. Quasi per nostalgia ho conservato le parti che più gli piacciono nella speranza che da un momento all’altro si manifestasse un miracolo e forse, da ateo, mi stavo convincendo che non c' era alternativa che lo avrebbe potuto salvare.
L’unica cosa positiva di quel nuovo giorno deprimente era uno squarcio di sole che si insinuava tra le nubi che pian piano si stavano sfilacciando. Stavo incantato alla finestra a guardare la luce del sole che esplodeva in mezzo alle case, riverberava le tegole dei tetti ancora vestite di una notte umida. E tutto quel rinascere iniettava nuove speranze, un coraggio arrivato col vento che aprì il varco al sole. Con buon ottimismo mi illudevo che, se fossi sceso di nuovo nel piazzale lo avrei ritrovato li ad aspettarmi. Magari malconcio infreddolito e disorientato, ma il fato lo avrebbe riportato indietro. Il movente mi sarebbe stato indifferente. L’unica cosa importante era riaverlo con me e basta. Nemmeno da ubriaco fradicio mi sarebbe passato per la testa di convincermi di tutto questo ma una forza estranea ma spinse a farlo. Mi facevo infettare dall’idea che non fosse possibile scendere e non trovarlo. Lo escludevo a priori! Quasi telepaticamente tendevo l’istinto che quell’illusione mi procurava.
Invaso il piazzale arrancando lungo il vialetto mi avvicinai alla siepe che mi separava dall’altro giardino e ogni mia illusione vaneggiante si rilassò fin quanto se lo poteva permettere.
Era li! Steso vicino alla siepe.
Non mi restava altro che raccoglierlo e riportarlo in casa, non c’era tempo per le domande. Ora che tutto era finito non mi interessava se qualcuno ne era stato testimone e avava taciuto. Coerentemente immaginavo che anche gli altri si occupano dei loro affari isolandosi un pochino come faccio anch'io, per conservare lo stesso bene che avevo perduto evitando di metterlo troppo in vista, per proteggerlo da eventuali ripercussioni e prevenirne le conseguenze, se mai si fossero manifestate. E immerso nei miei ragionamenti rientrai al calduccio del mio appartamento e svuotai le bucce dei mandarini in una borsetta. Finalmente avevo ritrovato il mio bidoncino dell’umido.
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